domenica 18 maggio 2008

programma cellulare

L'idea è quella di utilizzare il patrimonio artistico inserendolo su un programma che gira su telefonino.
Inserire tutti i prodotti che appartengono ai musei in modo singolo e recuperare i dati facendo paragoni con ogetti di altri musei che compaiono sul telefonino. Creare dei percorsi alternativi ai musei interculturali sul telefonino e mostrarli quando si visita il museo di una determinata cultura. Mostrare paragoni e riferimenti di altri musei attraverso il telefonino.

sabato 17 maggio 2008

Una ragazza seria, quando non ride

Papà mi diceva: “vedrai quanto è bello”, me lo fece vedere in una foto insieme a lui e anche io pensai fosse bello. Quando arrivò a casa per cena era tutto pronto, mamma ed io avevamo preparato tutto. Lui mi sembrava abbastanza a suo agio, parlò per tutta la sera con papà ed io ascoltavo, non gli credetti quando disse di aver letto migliaia di libri ma forse perché sono ignorante io. Se l'avessi incontrato ad una festa non ci saremmo mai parlati credo. Secondo me lui alle feste è il classico tipo che si da le arie, e ci ho pensato, se avesse provato a rimorchiarmi avrei pensato che fosse il classico tipo che cerca le ragazze per una sola serata e le arie me le sarei date io.
Ma sai cosa ho pensato vedendolo a tavola? Che potevo avere tutto, un ragazzo serio e intelligente, dolce e avventuroso. Continuavo a ripetermi che potevo avere tutto un ragazzo elegante e selvaggio, uno come avevo sempre sognato.
Quella sera desideravo molto rincontrarlo ma invece di prendere appuntamento con me prese appuntamento con Simone (mio fratello) per farsi mostrare Internet (erano i primi tempi di internet in Italia). Mentre parlavano io ero dispiaciuta che non parlasse con me. E pensavo: “perché non mi parli, sono qui! lo so che sei qui per me, e allora perché non parli con me?” .
Gli portai un caffè e sperai che lui mi parlasse. Si alzò si avvicinò a me e mi disse con voce dolce: “ti andrebbe di venire al cinema con me?” Finalmente andammo al cinema, mi portò a vedere un film che non conosceva ma di cui aveva i biglietti, il film era orrendo, ma quando mi chiese se mi era piaciuto il film gli risposi che mi era piaciuto, gli avrei voluto dire quanto ero stata bene con lui, quanto era stata bella quella serata per me nonostante il film. Ma non mi uscivano le parole, le lodi per il film invece si, non so come! Prendemmo appuntamento per il giorno dopo a pranzo insieme e poi a visitare il suo luogo di lavoro, faceva il corrispondente del “Maariv”. Ridevamo e stavamo bene insieme. Io mi accingevo a diventare giornalista, corrispondente da Israele (Ho venduto un solo servizio per la svizzera Italiana, poi sono dovuta tornare in Italia per finire di preparare la tesi di laurea) ma mi piaceva l'idea di conoscere gente, girare, imparare osservando, avere biglietti gratis, anche se i soldi per un free lance non sono molti. Insomma con quel ragazzo mi sentivo come Topolino e Minni, ci stavo bene!
Ci siamo visti ancora qualche volta e poi sono partita per Israele, ci siamo rincontrati lì.
Lì iniziò un periodo di confusione per me. Prendevo delle medicine per dimagrire il “Plagine” poi seppi che erano anfetamine, quando lo seppi invece di scalare il dosaggio, le prendevo da circa 4 mesi, le cestinai. Gli effetti collaterali a breve, medio, e lungo termine furono molto gravi.
Ero spesso su di giri, e non capivo niente se non a livello inconscio. Debbo dire che durante tutta la mia vita ho agito molto a livello inconscio. Per esempio, un giorno questo ragazzo mi ha presentato ad un suo amico e ha detto che ero una ragazza da giorno, per lui fu un complimento credo, ma per me era insopportabile essere corteggiata solo perché vergine e seria. Non lo consideravo un complimento, ma un insulto alle donne e a me. Non ero seria per essere sposata, ero seria per affinità con quel comportamento, ero seria perché seria mi trovavo bene, e proprio per questa attitudine non mi sono mai sentita superiore a nessuno, né ho mai pensato che ci dovesse essere un modo “giusto” di comportarsi. E' solo che ci rimarrei così male se l'uomo con cui facessi l'amore mi lasciasse che prima devo essere sicura che rimanga per sempre con me. Per me non era un questione etica o di principio ma una necessità dell'anima.
Comunque in Israele, dove mi sentivo a casa, e immaginavo tutti amici, avevo deciso di fare delle prove, di trovare delle risposte a delle domande che mi ponevo in Italia:
Si possono dire le parolacce? Cosa si prova a dirle? Perché si? o perché no'? Avevo deciso di dirle, e le dicevo in continuo, oggi non mi piace dirle e mi sembra che ci siano altri modi per esprimersi anche se una ogni tanto mi scappa. Effettivamente credo che in certe situazioni esprimano meglio di altri vocaboli i sentimenti e in modo sintetico. E poi si può parlare con gli estranei? In realtà senza esserne cosciente volevo fare delle interviste a tutti. Solo che ho capito che sembrava volessi rimorchiare ed ho smesso di parlare con gli estranei anche lì.
Insomma in questa fase della mia vita, in cui volevo salvaguardare la mia anima, ma essere assolutamente fuori dalle etichette, selvaggia e ribelle ho conosciuto questo ragazzo di cui mi sono innamorata e quella frase “una ragazza da giorno” la percepii a livello inconscio e inconsciamente volevo dimostrargli quanto fossi ribelle alle regole dell'occidentale galateo.
Ma il galateo selvaggio lo adoro e lui ne era portatore.
A Roma mi aprivano lo sportello alcuni ragazzi quando uscivamo, ma secondo me non ci vuole una gran fatica e quella faccia alla “guarda come ti tratto” se la potevano risparmiare. Questo ragazzo israeliano mi apriva lo sportello da dentro la macchina, senza alzarsi, e pensava appena mi vedeva: “sono contento di vederti”. Adoro il galateo selvaggio. Mi sono dispiaciuta sapendo che non navigava nell'oro e aveva preso in affitto una macchina apposta per accompagnarmi, avrei voluto tanto dirgli che potevamo anche prendere l'autobus ma ebbi paura di offenderlo. Un altro malinteso fu quando gli volevo chiedere il permesso di uscire di giorno con un amico, che in un periodo in cui vicino a questo ragazzo perdevo ogni punto di riferimento, mi riportava con i piedi per terra. Quando desideravo chiedergli il permesso, non mi uscivano le parole, gli comunicai che sarei uscita con questo amico, emozionata e balbettando ero in attesa di una sua risposta. Dopo anni ho capito che forse, gli sembrò lo stessi lasciando per questo amico. Ancora oggi ho paura di parlarci, mi manca il fiato, mi tremano le gambe e dico un sacco di scemenze, di incoerenze e non so se vorrei sparire o entrare dentro di lui.
Qualche sera dopo poi, mi invitò in un ristorante, io volevo dirgli che non serviva il ristorante, bastava un fast food, una passeggiata, qualsiasi cosa con lui. Mi usciva ripetutamente: “non serve il ristorante” senza aggiungere altro. Che figura! E che rimpianto! Anche questo l'ho capito dopo anni.
Sono passati 12 anni, non ho baciato né tenuto per mano nessun ragazzo dopo di lui. Ancora è nel mio cuore e lo aspetterò ancora finché iniziare una nuova storia non vorrà dire tradire entrambi gli amori. Lo aspetterò in questa vita o nella prossima se in questa non sarà possibile.

giovedì 15 maggio 2008

Strada senza ritorno

Perché avviarsi con un ragazzo conosciuto da pochi giorni (poco più di un mese) verso un week and di vacanza?
Forse perché non riuscivamo a parlare, a comunicare, ma ci piacevamo un sacco, (almeno a me), volevo fargli mille domande ma la lingua si attaccava al palato e la bocca si asciugava completamente, volevo palargli di me ma qualsiasi frase iniziassi finiva con un “d'altra parte” che spesso non comunicavo per semplificare le cose o per intensa vergogna e ignoranza di tutte le mie incoerenze.
O forse, un valido motivo per partire con lui era perché mio padre mi aveva raccomandato quel ragazzo , mi aveva detto esplicitamente: ”di lui ti puoi fidare”.
O forse perché lui stesso mi aveva ripetuto più di una volta: “di me ti puoi fidare”.
Forse perché mi aveva presentato la famiglia e mi sembrava brava gente.
Forse perché quando mi ha chiesto di partire ho cercato in ogni modo di far uscire un no ed è uscito un si.
Forse perché mi ero raccomandata che i letti fossero separati intendendo che non avremmo fatto sesso. E il fatto che ci fossero altri amici mi rassicurava.
Appena mi trovai in quella stanza sola con lui ebbi un flash “questa è una stanza di nozze” gli dissi che avrei preferito una singola ma lui rispose che ormai era già tutto pagato, che mi potevo fidare, io ebbi paura di fargli fare bruta figura con i suoi amici e che forse una stanza singola sarebbe stata in Egitto più pericolosa. Mi arresi, stabilii che mi sarei cambiata in bagno e che se lui avesse avuto gli slip invece dei boxer gli avrei detto di cambiarsi in bagno.
Avevo 26 anni e i consigli degli amici, tra i quali, quelli di non far pesare troppo di essere vergine ai ragazzi, quello di una zia che disse che a 26 anni la mano ai ragazzi non bastava più, o il consiglio dell'ultimo ragazzo con cui ero uscita, con cui eravamo molto amici, che mi disse che non era un problema se non mi andava di andare avanti oltre un certo limite ma che mettessi dei limiti fisici come quello di non andare a casa sua lo irritava.
Ero spossata, confusa, tra ciò a cui ero stata educata, i consigli degli amici, e quel “di lui ti puoi fidare” io che non mi ero mai fidata di nessuno.
Le giornate erano piene di gite turistiche e il riposo pomeridiano quando c'era era breve. Io non parlavo, spesso mi mancava l'aria, I suoi amici erano dolci ma io ero così confusa da non riuscire a reggere nessuna conversazione.
La notte poi, perdevo completamente il controllo, relativamente a me, e mi infilavo nel suo letto per riempirlo di bacetti, si , come quelli che danno i bambini, lui mi girava le spalle e si lasciava baciare, appena si girava per farmi qualcosa, appena aveva una semplice reazione mi spaventavo e mi ritraevo.
Una sera andammo in discoteca, ricordo ancora il più bel complimento che ho ricevuto nella mia vita, era detto da un amico del mio ragazzo, detto a lui: “davvero bella” o qualcosa di simile. Il punto era che il complimento l'aveva fatto a lui, come fossi stata una cosa sua.
Quella sera al ritorno ci sedemmo per terra, in balcone a guardare le stelle, a me sembrava grandioso ma lui si alzò e si mise sul suo letto.
La sua anima chiamava la mia per fare l'amore così forte che ci avrei potuto incidere un disco. Fu per questo che mi misi silenziosa nel mio letto sperando che lui capisse che se fossi andata da lui in quel momento ci avrei fatto l'amore.
Le giornate eravamo entrambi imbronciati, o più semplicemente estremamente imbarazzati, timidi, indecifrabili.
La sera successiva facemmo visita ad un mercatino e lui mi regalò una maglietta bianca, bellissima. Io non avrei mai accettato un regalo d'abbigliamento da un uomo che non fosse mio marito. Istintivamente accettai il regalo e feci un ragionamento inconscio, tutto mio, secondo il quale con quel regalo la cosa era decisamente seria.
Comprai un abito bianco che avevo deciso avrei utilizzato come camicia da notte e poi di corsa aggiunsi un paio di pantaloni per non farmi accorgere della scelta che avevo appena fatto. Lui forse pensò solo che non mi bastava il regalo che mi aveva comprato, ma questo lo capii dopo anni.
Il giorno dopo era pomeriggio, la luce entrava dalla finestra, indossavo la maglietta bianca che mi aveva regalato e i fini pantaloni bianchi che mi ero comprata.
Nel frattempo avevo ricordato che mi ero ripromessa niente sesso e anche se pensavo che avrei avuto rapporti sessuali dopo poco del mio ritorno la decisione niente sesso era presa prima di partire e andava mantenuta.
Mi accarezzò i capelli e mi disse che ero bella, abitualmente non credo molto ai complimenti ma i baci gli davano tutto un altro senso. Un bacio seguiva l'altro e noi eravamo stesi sul letto. Mi fidavo ciecamente anche quando mi disse di aprire le gambe e per un attimo prima di dire:”no” provai qualcosa che ancora fatico a descrivere. Era un ingranaggio perfetto, luce, amore in ogni parte della vagina da lui toccata, qualcosa di unico e perfetto. Fu solo per il terrore dei perdere quella verginità riservata a mio marito che dissi un no così fermo e nonostante il desiderio, quella specie di fame della vagina, rimasi ferma nel mio no.
Per prima cosa andai in bagno a controllare che l'imene non si fosse rotto, poi mi sentivo strana, come se avessi trovato la mia metà e in secondo luogo più sposata che fidanzata come se la cosa più difficile, trovare l'anima gamella, fosse risolta.
Poco dopo lui mettendosi la camicia mi disse: “non devo mica sposarti per questo” il tono di voce era estremamente crudele ma io non capivo, ormai ero entrata in un mio percorso dal quale sarebbe stato troppo traumatico uscire.
Nella sfortuna della sua perdita, la fortuna fù che se ne andò non dandomi spiegazioni e lasciandomi l'illusione di un suo grave motivo con conseguente illusione di un successivo ritorno.
Credo che iniziai a fantasticare le idee più assurde sul suo allontanamento. Il ragionamento era semplice io ero contenta, l'anima gemella l'avevo trovata e quando fossi diventata sufficientemente matura per lui, lui sarebbe tornato.
Intanto ero spezzata in due, mi rendevo conto che mi aveva lasciato e c'era una domanda che inconsciamente mi lacerava: ”come è possibile provare tanto piacere se non è vero amore?” e “quell'ingranaggio come fa a essere così perfetto se non si tratta di anime gemelle?”. Erano domande inconsce, insopportabili che mi hanno tormentato per anni. Non avevo il coraggio di parlarne con nessuno, non avevo nemmeno tolto i pantaloni! Cosa c'era da dire? Cosa da raccontare? Non riuscivo a raccontarlo nemmeno a me. Intanto avevo sempre più allucinazioni per amici e con loro per la prima volta ho avuto il coraggio di parlarne.
Angeli dovevano essere angeli, oppure psicologi morti, ancora dediti al loro lavoro.
Dopo anni in cui immaginavo un amore segreto con questo ragazzo delle allucinazioni dall'aspetto giovane e simpatico mi spiegarono che la sensazione dell'ingranaggio perfetto, quando il pene tocca la vagina, si ha perché la vagina è elastica e queste stesse allucinazioni iniziarono a convincermi che non c'é niente di male a divertirsi un po'.
“Divertirsi un po' ” lo trovo ancora fuori dalla mia mentalità.
Rimaneva in me un quesito drammatico: “è piacevole far sesso con chiunque?”
forse vero ma troppo squallido per la mia mentalità.
Anche questa risposta è arrivata dopo anni di tormenti.
Quello che è avvenuto tra me e quel ragazzo era importante per me e superficiale per lui. Questa differenza per una persona come me, che vive l'amore in modo unico, indifferenziato era impensabile.
Era stato un evento immensamente importante per me quanto privo di eccezionalità per lui, per lui era stato qualcosa di estremamente normale. E viverlo in maniera indifferenziata mi confondeva.
Ora ho capito, o credo “credevo fosse amore e invece era un calesse”, ma perché mi si spezza il cuore quando penso a quanto possa essere squallido in una simile situazione a due, essere stata l'unica a provare sensazioni tanto intense?

mercoledì 12 marzo 2008

Rispetto ai mussulmani

Ho il massimo rispetto per i mussulmani, anche i fondamentalisti, perché sono coerenti con se stessi e agiscono con forti convinzioni morali. Per loro Dio comanda la guerra santa e loro combattono a costo della vita. Li stimo molto. Anche io, se fossi convinta di ricevere un ordine da Dio, farei di tutto per obbedire. Ma ciò che li rende stimabili e simpatici, (lottare con tutte le forze per tutto ciò in cui credono), li rende anche “difficili” a qualsiasi dibattito.
Forse è il nostro punto di partenza (troppo occidentale) a rendere impossibile il dialogo, ma per loro, potremmo dire qualsiasi cosa, coerente, giustificata, motivata, non avremo mai ragione. E il nostro pensiero, la nostra parola, sarebbe contro un comando che invece secondo loro è Divino. Non abbiamo nessuna possibilità di convincerli delle nostre opinioni.
C'è una sola possibilità per vivere in pace in occidente, debbono le interpretazioni del Corano più tolleranti vincere su quelle più intolleranti. Così, i mussulmani, rimanendo osservanti, e moralmente attivi, rispettino gli altri e le opinioni diverse dalle loro.
C'è un punto nel Corano a favore della democrazia? Un punto che favorisce la libertà di pensiero? Un punto che protegga le donne? Anche le donne che sbagliano (accusate di tradimento del marito)? Un punto che protegga le donne che non vogliono indossare i costumi tradizionali? Un punto che protegga o abbia pietà degli omosessuali? O interpretazioni che discutono questi argomenti? Abbiamo la possibilità di aprire un dibattito con i mussulmani, con metri islamici, su valori che sono ormai nostri?
Secondo Benazir Bhutto, leader pakistana uccisa a dicembre del 2007, i fondamentalisti distorcono il Corano per fini politici. La democrazia, il rispetto di fedi diverse, l'ugualianza dei diritti di uomini e donne, la protezione dei deboli e degli indifesi, sono valori esperessi attraverso il Corano. La Bhutto racconta una lotta interna all'Islam, una lotta tra mussulmani fondamentalisti e mussulmani moderati. Ripete più volte che chi guida i kamikaze distorce il significato del Corano per fini politici. Ma secondo me, ormai ci sono numerose scuole coraniche guidate da persone in buona fede, che potrebbero arrivare ad uccidersi per i propri ideali. Secondo me questa guerra interna è mossa da ideali più di quanto la Bhutto non voglia farci credere. Immam di moschee occidentali interpretano il Corano in modo intollerante verso le donne e le altre religioni nonostante il loro incontro con mentalità, occidentali e mussulmane, diverse dalle loro. Ma l'autrice di “Riconciliazione” offre dei punti di partenza. Offre interpretazioni del Corano più tolleranti, temi di discussioni in atto all'interno dell'Islam. Se sarà la democrazia a guidare gli stati mussulmani, come può fare l'occidente ad aiutare le scuole Coraniche più tolleranti? Come farà l'occidente a diffondere la cultura e le interpretazioni del Corano più tolleranti?
La Bhutto analizza la storia e l'attualità degli stati Islamici in relazione con l'occidente e tra le diverse proposte per una riconciliazione, tre mi sembrano estremamente interessanti.
1) Gli incontri, lo scambio di idee e di cultura nel mondo offrono a tutti la possibilità di capire meglio se stessi e gli altri, avvicinando una riconciliazione.
2) Gli stati mussulmani più ricchi potrebbero utilizzare al meglio le loro risorse e, rispettando i versi del Corano che ordinano di dividere le ricchezze con i poveri, depositare i guadagni su un fondo islamico comune, per una lotta alla povertà che aiuti ad una riconciliazione all'interno del mondo islamico.
3) Gli occidentali dovrebbero aiutare economicamente i mussulmani, con interventi diretti sulla popolazione, attraverso associazioni occidentali, e sostenere le giovani democrazie che nasceranno.
Mi sorge un dubbio però, dopo che l'occidente avrà aiutato le democrazie mussulmane e avrà lottato contro la povertà di questi paesi, non è che voteranno i più estremisti? Non è che voteranno quelli che credono sia giusta la guerra santa contro l'occidente? Non è che voteranno i fondamentalisti come hanno fatto i palestinesi votando Hamas?
Potremmo accorgerci troppo tardi di avere aiutato persone che ci dichiarano, già da adesso, guerra.
Credo che debba essere molto veloce l'aiuto alle scuole Coraniche più tolleranti, si potrebbero diffondere con volantini buttati dal cielo le interpretazioni del Corano tolleranti, con la firma degli Immam che le scrivono, e i dibattiti tra mussulmani. Speriamo che abbiano insegnato a leggere agli studenti delle scuole Coraniche e non abbiano solo imparato tutto a memoria. Se no, si dovranno inventare sistemi simili, prima di dargli tutto l'aiuto che chiede la Bhutto.
Rispettarli si, stimarli si, amarli si, ma farsi ammazzare è un altro discorso. Rinunciare alla tolleranza, la libertà, la democrazia caratteristici dell'occidente è per noi impossibile come per loro è impossibile abbandonare l'Islam. E, in questi valori, crediamo tanto da essere disposti a lottare. L'unica soluzione per vivere in pace è che loro diano il loro contributo alla costruzione di valori morali attuali, rispettando però, opinioni diverse dalle loro, come si usa in occidente. L'unica possibilità di vivere in pace è che interpretazioni del Corano, più tolleranti si diffondano nei paesi Islamici.

martedì 11 marzo 2008

Odore

C'era una volta un bambino che non vedeva e non sentiva ma odorava tutto e quando si muoveva parlava ai cuori.
Tutti lo guardavano tristi e dicevano: “poveretto! Non sente, poveretto non vede!”.
Lui non sentiva i commenti, continuava ad odorare e diceva: “tu sai di fragola, tu hai l’odore delle nuvole, e tu hai l’odore dell’erba quando arriva la primavera”.
La mamma e il papà lo curavano come fosse un neonato. La mamma preparava il latte e lo metteva nel bicchiere, il papà gli versava lo zucchero. Lui non ci vedeva, odorava e diceva: “qui c’è il latte” e ne beveva un po’.
Tutti lo guardavano e dicevano: “poveretto!” ma lui solo, su un prato, sotto un albero si sentiva un re. E pensava, pensava ad una regina che non poteva vedere o sentire (perché non poteva immaginare una situazione diversa dalla sua).
E mentre pensava, odorava, e sentendo l’odore, l’odore a distanza di mille miglia si formava e si creava una regina che sotto un albero odorava, e pensava che non vedeva e non sentiva perché l’odore che provava era diverso da tutto ciò che conosceva ed odorando ed annusando iniziò a camminare e lungo la strada l’odore la guidava fino ad un albero cresciuto in collina dove un re l’aspettava, un re che quando sentì l’odore della regina desiderò vederla e desiderò ascoltare le sue parole. E quando la vide, stavolta con gli occhi le corse incontro perché la volle ascoltare, una regina che ascoltava un odore che faceva domande. E per ascoltare l’odore che faceva domande iniziò con l’udito ad ascoltare e per vedere chi faceva le domande cominciò con gli occhi a guardare. E quando gli odori si ascoltarono e gli occhi si videro e le orecchie sentirono, le parole uscirono e le mani si toccarono allora i due si abbracciarono e così iniziarono a volare. E volando chiusero gli occhi e chiudendo gli occhi videro il mondo, pieno di colori e di odori e di forme e di animali e brillando di gioia illuminarono il mondo che illuminandosi illuminò il cielo che illuminò Dio che disse: “finalmente vi ho trovato. Illuminavo da per tutto per illuminare voi, perché voi illuminaste tutto e tutto illuminasse Me che sono in cielo”.

lunedì 10 marzo 2008

Tobi

C'era una volta un acquario molto, molto grande, costruito dagli uomini per osservare i delfini e i pesci, c'erano delfini e pesci di ogni forma e colore. Né i delfini né i pesci però erano contenti di vivere lì. Tutti i delfini erano stati catturati mentre vivevano in mare aperto e solo alcuni piccoli pesci erano nati lì. Tra tutti i delfini c'era Tobi, un delfino ribelle, si rifiutava di obbedire agli ordini degli uomini e pensava in continuo al mare aperto e al modo in cui avrebbe potuto raggiungerlo. Pensava che un giorno, forse, con un grande salto avrebbe potuto sorpassare i confini dell'acquario, ricordava ogni istante agli altri delfini le bellezze del mare e li spingeva con ogni mezzo a pensare solo ad una cosa: come tornare al mare aperto. I delfini talvolta si stancavano di lui, “Tobi è davvero stressante” dicevano, però spesso lo seguivano nelle sue idee e nei suoi ragionamenti. Un giorno gli uomini insegnarono ai delfini a saltare a comando, Tobi pensò che quella sarebbe stata un'ottima occasione per esercitarsi a fare salti sempre più alti. Gli uomini si arrabiavano con Tobi, lo sgridavano e talvolta lo picchiavano, ma Tobi insisteva, ogni volta che gli dicevano di fare un salto doppio, a piroletta o inverso, lui faceva sempre lo stesso salto: il più alto possibile. I pesci lo prendevano per pazzo e dicevano: “lui che è un delfino potrebbe fare una bella vita nell'acquario invece si rovina la vita per ottenere niente” altri dissero: “speriamo che non ce la faccia mai a saltare dall'acquario”. Ridevano di lui, lo allontanavano, lo prendevano in giro, neanche sapevano che nel grande sogno di Tobi tutti i pesci sarebbero fuggiti dall'acquario, Tobi non sapeva come, ma era convinto che un giorno sarebbe stata possibile un'unica grande fuga. Un giorno gli uomini inventarono uno strumento per comunicare con i delfini, nessun delino voleva parlare con gli uomini ma Tobi pensò di spiegare loro quanto desideravano la libertà. Gli uomini non diedero importanza al messaggio di Tobi, ma esultarono per la scoperta. Più passava il tempo più Tobi si convinceva che l'unica soluzione fosse la fuga. Un giorno per combinazione Tobi fu spostato in una vasca vicino al mare, lui non aspettava altro che un'occasione simile, così fece un salto altissimo ed arrivò fino al mare. Finalmente era libero! Iniziò a correre veloce veloce ma più si allontanava dall'acquario più pensava agli amici che aveva lasciato. Non poteva abbandonare i delfini e i pochi pesci che erano diventati suoi amici. Era molto in dubbio, da una parte pensava che sarebbero fuggiti da soli, non erano meno intelligenti di lui, dall'altra pensava che se non fosserò riusciti a fuggire da soli, non li avrebbe rivisti mai più. Alla fine decise che doveva tornare e aiutare gli amici a scappare anche loro. Corse indietro e con un grande salto tornò nell'acquario. Gli uomini non si accorsero di nulla e dopo qualche giorno potè nuovamente comunicare con i delfini e i pesci. Raccontò a tutti della sua fuga e fece un piano di fuga che comprendeva tutti. Tobi disse ai delfini e ai pesci di esercitarsi a fare salti e acrobazie. Poi parlò con gli uomini e disse loro che se fossero stati portati nelle vasche più grandi, quelle vicino il mare, avrebbero fatto delle acrobazie che si sarebbero concluse con dei salti altissimi. Gli uomini non capirono il progetto di fuga, così incuriositi li accontentarono. I delfini e i pesci fecero mille acrobazie che si conclusero con un grande salto fuori dall'acquario. I delfini presero con la bocca i pesci e con un salto tornarono in mare. I delfinii viaggiarono in alto mare mentre i pesci cercarono acque temperate.

martedì 4 marzo 2008

Storia d'amore di una occidentale ebrea

Sono ebrea e vivo a Cicago, la mia famiglia vive negli USA da generazioni. La mia famiglia era più che altro tradizionalista, rispettavamo le festività e tenevamo molto alla serietà nell'affrontare l'amore. Sono arrivata vergine al matrimonio, come mia madre e come mia nonna. Credevo che avrei fatto l'amore con un solo uomo nella mia vita, che l'avrei amato in modo unico. Ho donato la verginità a mio marito, ho aspettato quel' istante per rendere quel momento e quella relazione unici. Vivevo il mio matrimonio con gioia e soddisfazione. Ho avuto due figlie, quando sono diventate delle ragazze desideravo accontentare i loro desideri, di andare in discoteca e di tardare gli orari del rientro a casa. Mio marito non era d'accordo, così, un po in lite con mio marito, mi rivolsi ad una psicologa. Iniziammo a parlare di me, della mia storia, delle mie scelte di vita.
Le sedute durarono alcuni anni, la psicologa mi ripeteva spesso che esisteva una mentalità più aperta, mi raccontava i vantaggi delle donne nell'affrontare il matrimonio dopo aver avuto alcuni flirt, la maturità con cui si arriva ad affrontare una relazione.
E poi c'era una frase che ripeteva spesso: avere termini di paragone aiuta a scegliere.
Con mio marito le cose andavano sempre peggio, decidemmo un periodo di riflessione, e di vivere separatamente.
In quel periodo, decisi di bere un caffè con Bob, un impiegato di banca che era sempre gentile e che incontrai più di una volta.
Mi sentivo frastornata, indecisa, sballottata tra tutto quello a cui mi avevano educato e i consigli delle mie amiche e i ragionamenti fatti con la psicologa. Contemporaneamente, delle anfetamine che prendevo mentre facevo una dieta dimagrante, mi rendevano agitata ed emotivamente instabile come sotto una continua scarica di adrenalina.
Feci l'amore con Bob mentre ero un po' distratta e confusa, e immediatamente adottai la mentalità aperta di cui avevo tanto sentito parlare. La storia con Bob finì quasi immediatamente e io decisi di cercare storie con altri uomini. Chiesi il divorzio a mio marito, gli spiegai che l'amore tra noi era finito, che ormai credevo che fosse giusto avere una mentalità più aperta. Ero molto agitata, e cercavo in continuo conferme alla mia nuova mentalità.
Mio marito non voleva divorziare, si rifiutava di lasciarmi andare e più io cercavo di spiegarmi, più lui dava tutta la colpa alla psicologa e diceva che prima o poi sarei rinsavita.
Andai a parlare con i rabbini e spiegai il mio desiderio di iniziare una storia con un uomo che non fosse mio marito.
Parlammo a lungo, dei miei desideri, di ciò che era accaduto, della mentalità più aperta e della mentalità più conservatrice.
I rabbini mi ascoltarono con attenzione, parlarono con mio marito e poi con me, mi convinsero che potevo dare una possibilità a mio marito, come l'avrei data ad un nuovo amore. Ci consigliarono di far finta di non conoscerci e di ricominciare ad uscire come una nuova coppia, senza parlare del passato. Io accettai. Dopo pochi incontri mi ricordai tutti i motivi per cui ero stata tanto innamorata di mio marito, iniziai a desiderare di non essere mai stata con un altro uomo, girai le spalle alla psicologa e feci pace con mia madre, in realtà ero sconvolta all'idea di essere stata con un altro uomo. Capii che volevo lasciare mio marito per non affrontare questo dolore. Lo volevo lasciare perché non potevo tornare indietro, perché l'unica possibilità che avevo era andare avanti e adottare una mentalità che non mi apparteneva. Anche mio marito capì e quando rifacemmo l'amore fù estremamente triste, io ero triste e lui, già avvilito, guardandomi negli occhi diventava ancora più triste. Chiedemmo di nuovo consiglio ai rabbini, che mi dissero di aver capito questo mio dolore già nei primi incontri. Ci dissero che non avremmo mai più potuto riavere quella unicità che avevamo, che avremmo dovuto cercare qualcosa di diverso, una relazione basata su altre fondamenta, ci ricordarono poi di scordarci del passato e costruire una relazione nuova. Fu molto dura ricominciare la storia, all'inizio ci veniva da piangere ogni volta che ci guardavamo negli occhi.
Ora sono venticinque anni che siamo sposati, ho consigliato le mie figlie di arrivare vergini al matrimonio, anche se mio marito ed io siamo riusciti a costruire qualcosa di speciale nonostante l'esperienza sessuale che ho avuto con un altro uomo. Credo che la verginità non sia indispensabile, ma dia alla relazione una carta in più ed è questo che ho detto alle mie figlie, quando si sono avvicinate alle prime relazioni.
Questa storia totalmente inventata, mi è venuta in mente dopo il divorzio, per ora definitivo, di una mia amica.